La meditazione in azienda: perché?

La meditazione in azienda: perché? - Zen & Mindfulness

Uno dei cambiamenti più importanti causati dal passaggio dall’era industriale (capital intensive) all’era post-industriale (capital and Knowledge intensive), è quello che ha portato le imprese, oltre che a una ridefinizione delle proprie linee strategiche, delle strutture produttive e dei modelli organizzativi, anche al riconoscimento dell’importanza delle persone in quanto soggetti organizzativi.

Gli attuali contesti produttivi, infatti, richiedono una professionalità che non viene soddisfatta solo dalla competenza, intesa come uso dinamico delle conoscenze, capacità di risolvere i problemi e abilità tecnica. Questi sono certamente elementi che ciascuno utilizza nel proprio lavoro, ma a fianco a questi ne agiscono altri, direttamente collegati al carattere e alla personalità, ma anche allo specifico modo di leggere e interpretare le informazioni e gli eventi, a sua volta dipendente dal sistema dei valori individuali che funge da “guida esistenziale”.

In questa visione, dunque, ogni essere umano è molto più che un ruolo, una funzione o un elenco di competenze spendibili relativamente a un obiettivo, né la qualità unica e irripetibile dell’intero – frutto del suo specifico modo di essere, della sua storia e delle sue esperienze – può essere esaurita in un curriculum o in una lista di “saper fare”.
Ciascuno fa in ragione di ciò che è, dunque è nell’essere che può essere cercata e trovata la radice reale di queste competenze, umane ben prima che professionali. Così come è attraverso un lavoro sull’essere che queste possono essere incrementate, al di là della semplice acquisizione di conoscenze specifiche o di modelli operativi preesistenti.

Nell’intento di adeguarsi a queste nuove esigenze, anche la formazione aziendale sempre più tende a qualificarsi come un punto di incontro fra le potenzialità e i bisogni del singolo e le potenzialità e i bisogni dell’organizzazione, attraverso interventi che mirano a recuperare la centralità del soggetto-persona. Interventi cioè che mirano a spostare il focus dal semplice fare a un fare inteso come conseguenza dell’essere.

Ed è proprio in questa chiave che la Meditazione Vigile – cuore del sistema Zen e Mindfulness – si rivela come uno strumento formativo potente e duttile, esplicandosi la sua azione proprio sul livello più basico dell’essere umano. Il suo effetto cardine, infatti, non è quello di rafforzare una qualche proprietà o caratteristica della personalità, né una specifica abilità comportamentale o relazionale, bensì quello di creare e consolidare il nucleo stesso che, della personalità, è insieme radice, fondamento e supporto.

“Ma per fare meditazione Zen, devo diventare un monaco buddhista?”

“Ma per fare meditazione Zen, devo diventare un monaco buddhista?” - Zen & Mindfulness
Luoghi comuni, equivoci e pregiudizi

Due precisazioni, per cercare di ovviare alla divulgazione superficiale e folkloristica che di questa disciplina è stata fatta negli ultimi trent'anni.

Cominciamo con la prima: che cosa non è lo Zen.
Lo Zen non è una filosofia (parlare di filosofia o di "riflessioni sull'uomo" a un maestro Zen del passato avrebbe comportato, come minimo, una bastonata sulla testa o il lancio di un sandalo), né una religione (lo Zen non ha alcun interesse a ipotizzare l'esistenza di una divinità, né tantomeno a negarla) e non è nemmeno un sistema teorico predefinito da accettare o da discutere.
Solo una pratica. Una ginnastica, se volete, anche se una ginnastica totale, in quanto coinvolge l'intera realtà dell'essere umano: fisica, emotiva, mentale, esistenziale, spirituale e chissà cos'altro ancora.
Immaginate una stanza buia.
La religione fa affermazioni definitive sui mobili e sugli arredi che ci sono, anche se non si possono vedere, e chiede di credere a ciò che attesta.
La filosofia specula su ciò che ci potrebbe essere o non essere.
La razionalità scientifica propone sistemi per procedere tastando e deducendo.
Lo Zen spiega come trovare l'interruttore della luce.
Cosa effettivamente ci sia nella stanza, o cosa ognuno vedrà attraverso i propri occhi e la propria mente, semplicemente non riguarda lo Zen e non è affar suo.
Non insegna una sonata di Beethoven anziché un pezzo di Keith Jarrett, ma solo a suonare il pianoforte.
Un seminario sullo Zen non è stare ad ascoltare un guru più o meno ispirato che rilascia perle di saggezza, ma è soprattutto imparare un metodo da allenare poi giorno per giorno. E i risultati non saranno funzione di quanto il guru riesce a fingersi ispirato, o di quanto gli si crede o di quanto si accetta un impianto teorico, ma unicamente di quanto ci si allena e di quanto si pratica. Punto e basta.
Tutto il resto, tutte le dissertazioni mistico-esoterico-spiritual-psico-filosofiche, dalle più serie alle più stupide, non sono lo Zen, ma discussioni "riguardo" allo Zen.
E' storia dell'arte, è critica d'arte. Non è dipingere o scolpire.

Seconda precisazione: a proposito di “discipline orientali”
È importante non confondere forma e contenuto.
Lo Zen non è giapponese o orientale più di quanto lo sia il riso bollito. In tutto il mondo (o quasi) si usa bollire il riso. E così questa tecnica – che il Giappone ha codificato come "Zen" – esiste in tutto il mondo e in ogni tradizione, compresa quella occidentale e cristiana. Ognuno l'ha interpretata a suo modo e gli ha dato una forma, ma la sostanza è assolutamente la stessa.
E coincide con lo sviluppo di una facoltà dei sensi, della mente e dell'anima (qualunque cosa intendiate con il termine "anima") che si può definire come "consapevolezza".
Non è un caso, allora, che l'approccio conosciuto oggi come Mindfulness (che non è altro che questa tecnica scorporata da ogni connotazione geografica e ideologica) sia ormai applicata a scopo clinico negli ospedali di mezzo mondo occidentale, oltre che negli ambiti più diversi, da quello psicologico e sociale a quello sportivo e aziendale.